Starter

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Sento i loro respiri. Allineati ed eretti come soldati prima dell’esecuzione tutti noi sappiamo senza falsi buonismi che uno solo sopravvivera’ all faccia di De coubertin e delle sue cazzate etico sportive. Lo starter ha un solo colpo in canna ma bastera’ per uccidere tutti tranne uno fra esattamente 25 giri. L’ ellisse di questa parete di gomma orizzontale ha un area che si calcola con una complessa formula che prende la base dai due fuochi. Ma io ne vedo un solo di fianco a me che agita le braccia come se volesse uccidermi. Il mio rivale non ha pistole ma obbedira’ come me ad un comando che si impadronira’ della nostra sfida ad una sola corsia.

Le pistole dei bambini fanno bang. Quelle dei mezzofondisti come me emettono una specie di urlo lacerante come la fatica del settimo chilometro. Lo sento rimbombare dentro di me e mi attardo alla partenza trafitto dal ricordo del primo indiano che ammazzai sul cavalluccio delle giostre giu’ al bar di Tilde. Al primo cordolo sono ottavo e sento i respiri dei sette prima di me incendiare la mia voglia di riscatto molto prima del rettilineo che porta verso la fine del primo anello. Anzi, il secondo. Il primo lo porto al dito e non e’ una fede. E’ la certezza di un amore di stoffa e cartone, di latte e libri di animali buffi, di segreti e vittorie dietro l’angolo dellepaureinconfessate . Non faccio in tempo a finire il pensiero. il quarto e’ un osso duro da spingere dietro la curva. Lo lascio indietro sull’interno e so, con assoluta certezza, che lo rivedro’ solo all’arrivo

I respiri di chi corre sono rantoli di follia pronti ad esplodere ad ogni curva diversa dalla sinistra. Seguono il profilo del tracciato come i piedi di cui sono i propulsori e se ne appropriano indebitamente come quel maledetto sparo. Lo sento nelle gambe che si appesantiscono mentre divento terzo ed i primi due sono a un metro e mille miglia da me ed e’ quel maledetto metro che non vuole sapere di mangiare la mia polvere da sparo che cerco di espellere ad ogni passo convulso. La campanella dell’ultimo giro e’ come un grilletto senza una pistola attaccata che mi ricorda senza bisogno di un ennesimo rumore che ho bisogno di tutto il tempo del mondo per vincere e di un solo sguardo dietro di me per puntare la mia vita sul numero sbagliato

Ci sono storie che hanno un lieto fine. Le leggi in piedi all’edicola perche’ sai che non vale la pena spendere niente di diverso da una scoperta coatta a pagina 125. Le vivi in terza persona alla fermata dell’autobus salendo su quello giusto con in tasca la vita sbagliata. E, alcune volte, sono proprio le tue. Sul rettilineo sento la milza che si contrae come se lo starter avesse sbagliato la mira. Non conta niente altro che la rincorsa al mio rivale che mi precede di una scarpa su un traguardo di fil di lana e rassegnazione. Sto per cedere. Ci vorrebbe un miracolo e arriva dalle tribune di cioccolata e fiori di campo. “Papaaa’”. Lo sento quell’urlo che profuma di zolfo e di gomitoli di abbeccedario e l’impulso che produce e’ quello di una ripartenza. Al traguardo sono primo, ultimo, secondo, squalificato. Sono tutto e nulla. Sono padre. Sono.

Author: Gianluca SaveAle

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